
Quarto album per il leader Rob Waller e i fratelli Paul e Anthony Lacques conosciutisi durante una discussione filosofica nello scenario sconfinato e suggestivo del Mojave Desert,
I See Hawks in L.A. scrissero lì le prime canzoni della loro storia country-rock, quell’anima che si respira nei loro dischi così lontana da Los Angeles e vicina al Texas.
Hallowed Ground registrato negli studi del batterista Shawn Nourse nel gennaio di quest’anno con la partecipazione di Gabe Witcher e Dave Markowitz al violino e del redivivo Rick Shea alla chitarra, è il loro disco più bello e riuscito della loro breve ma intensa carriera e vedremo se avrà la stessa fortuna di Grapevine, del 2004 che balzò immediatamente nei primi posti delle charts americane (California Country del 2006 e l’omonimo del 2001 completano la discografia): canzoni che rispecchiano l’amore per la musica country che è innata negli Hawks e dalla penna del duo Waller/Lacques parole che setacciano i problemi dei nostri giorni, dalle mutazioni climatiche che si riflette nel trittico naturalistico dalla ballatona
Environmental Children of the Future, al country ballerino di
In the Garden per concludere con la robusta
Ever Since the Grid Went Down a scuoterci perché la violenza e l’odio stanno trascinando gli uomini sempre più lontano dall’essenza della vita, a rock-country spigliati come la piacevole
Yolo County Airport, metafora della stramberia quotidiana a cui oramai nessuno fa più caso con chitarre quanto mai luccicanti che diventano cupe in
Keep It in a Bottle esempio dell’alchimia che possono raggiungere i due songwriter.
Insomma Gram Parsons e i Flying Burrito Brothers sono sempre dietro l’angolo ma anche il periodo post-byrds aleggia sulla band allo stesso modo dell’insegna di Hollywood sui pionieri e i cowboy dei film country-western girati nella città degli angeli che richiamavano Nashville durante gli anni ’70 (e
The Salty Seacalza a pennello). Gli
I See Hawks in L.A. portano con loro quella tradizione e la mischiano al sound solare della California in un mix che mai come questa volta funziona dall’inizio alla fine, un calcio nel didietro ben assestato all’accozzaglia di robaccia che si ascolta in quella zona! Tra Bakersfield sound e spirito texano alla Bastard Sons of Johnny Cash corrono spensierate
Carbon Dated Love, la meravigliosa title-track che canti immediatamente e vorresti che non finisse mai, la serenità di
Highway Down e la riflessiva
Pale and Troubled Race intensa come tutto
Hallowed Ground. Un disco che solo gli ultimi 4 pezzi giustificherebbero la spesa: ballate, aria di texas e country di prim’ordine con
Gettin Home Tonight,
Open Door,
Never Alive per finire con la fisa border di
Good and Foolish Times. Tutte splendide. Gran disco.